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Rocca di Vignola

Cenni storici

La sezione dedicata a cenni storici ha funzione di chiarire alcuni riferimenti che si incontrano visitando la Rocca. Lungi dal volere tracciare una particolareggiata ed esauriente storia di Vignola, cercheremo solo di mettere in ordine cronologico fatti riguardanti le comunità, che hanno abitato il nostro territorio e che, con le loro necessità, hanno prodotto, ampliato e conservato la fortificazione che ancor oggi vediamo.
Vogliamo, in altre parole, indicare nelle loro linee generali lo svolgersi delle principali vicende dell'insediamento e dell'organizzazione socio-politica della popolazione nel territorio vignolese, non dimenticando che esse, per una loro più ampia e completa comprensione, andrebbero inserite nel contesto della storia generale, di cui sono, come tutte le microstorie, al tempo stesso riflesso ed anche in parte causa. Infatti ben difficilmente un avvenimento storico è del tutto autonomo ed originale, quasi sempre un fatto è il prodotto di un'epoca e tanti fatti producono un'epoca, in un legame ed in un interconnessione costanti. È l'insieme di tante microstorie (cioè la storia di una comunità o di parte di essa) che produce la Storia, la quale, a sua volta, giustifica e dà spessore alle microstorie. Premesso questo, si può passare ai veri e propri cenni storici.
L'ambiente vignolese, ed in particolare i terrazzi fluviali che si estendono ai due lati del fiume Panaro da Marano a Savignano e Spilamberto, hanno costituito da sempre un luogo privilegiato per l'insediamento dell'uomo.
I reperti archeologici più antichi (amigdala di Collecchio - Spilamberto e quella di Mesiane presso Castelvetro) attestano la presenza dell'uomo fin da 200 mila anni fa.
Altri reperti, resti di abitazioni, di vasellame, la Venere di Savignano, le terremare, tombe e resti di tombe, indicano la presenza di comunità umane, non più nomadi, ma già stanziali; confermano un'intensa frequentazione umana anche recenti ritrovamenti come il villaggio neolitico di Doccia e le tombe dell'età del ferro di Rio d'Orzo.



Mappario, topografia dei territori, n.175, (part.)
Modena Archivio di Stato.
Disegno, XVI sec. ex - XVII sec. inc.


Mappario, topografia dei territori, n.175,
Vignola (part.)
Modena Archivio di Stato.
Disegno, XVI sec. ex - XVII sec. inc.


Il nostro territorio vede poi insediamenti di Etruschi, di Galli ed infine di Romani, che, come quelli precedenti, sfruttano le favorevoli condizioni di vita offerte dall'area pedemontana. Così dalla preistoria ad oggi si ha nel territorio vignolese un avvicendarsi ed un fiorire di insediamenti che nascono, si evolvono, si trasformano in base ai diversi bisogni dell'uomo ed alla sua capacità di utilizzare quanto offre l'ambiente. Per quanto riguarda in particolare il sorgere dei primo agglomerato di Vignola, mancano i documenti che ci permettono di datarlo; è comunque probabile che il mutevole corso del fiume Panaro, abbia ritardato, rispetto ad altri centri, il momento in cui l'uomo fissò stabile dimora in questi terreni. Il nome Vignola richiama l'immagine di vigna, vigneto ... ; richiama l'idea di terreni ordinati in cui i seminativi sono suddivisi e, a volte, perimetrati, da filari di alberi maritati con la vite, (l'arbustus gallicus). Dice anche il Belloj: "Vineola nomasi anticamente donde nell'andare dei secoli per corruzione di lingua dissesi Vignola e ciò perché edificata in luogo abbondante di vigneti... Lo stemma della comunità è l'espressione di siffatta origine, rappresentando in campo azzurro un palo infisso in terra erbosa, cinto in triplice giro da un tralcio ricco di rubicondi grappoli". Oggi Vignola mantiene ancora lo stesso stemma: è cambiato solo il campo, che da azzurro, non si sa quando o perché, è diventato rosso.
A parte l'immagine oleografica e le ipotesi sull'origine del nome Vignola, da un documento del 968 si ricava che la chiesa modenese esigeva che i livellari dei distretti di Savignano e di Vignola consegnassero annualmente vino e poneva come clausola nei contratti che la vite fosse ben coltivata e diffusa. A parte questa dissertazione a carattere toponomastico, è solo con l'826 che possiamo cominciare a tracciare la storia di Vignola: è di quell'anno il documento che riporta il primo accenno a Viniole. Con questo documento il Vescovo Elmerico, abate di San Salvatore di Tolla, dà in permuta ad Ansfredo, abate dell'abbazia di Nonantola, la "basilica" di Santa Maria in Tortilliano con case, relative pertinenze ed un bosco "in loco Viniole ad saxo", a cui si aggiunsero nel 936 case e vigne, in seguito ad un cambio col conte Bonifacio, ed ancora terre nel 1023 in valle Centoripe e nel 1128 a Roncoveclo. Un successivo documento del 936, ci indica Vignola come Rocca sottoposta al dominio del vescovo di Modena. Dal IX sec. in poi la popolazione di Vignola andò progressivamente aumentando; infatti mentre nel IX secolo sono citati un "loco Viniole" ed un "castro Viniole", già nel 1157 si accennava ad un "burgus" sorto vicino alla Rocca. Questo però non indica uno sviluppo economico "borghese", dato che fino al 1400 non si ha notizia, a Vignola, di arti o di corporazioni e si trovano soltanto alcuni nomi di artigiani. La comunità continua a fondare la propria prosperità sull'agricoltura, in particolare sulla coltivazione di cereali ed uva, sull'allevamento di ovini e suini, sulla caccia nei boschi di Verdeta, Querceto, Tortilliano e Roncoveclo, sulla pesca praticata nello Scoltenna (antico nome di tutto il Panaro) e nei canali.



Mappario, topografia dei territori, n.175,
Spilamberto (part.)
Modena Archivio di Stato.
Disegno, XVI sec. ex - XVII sec. inc.


Per quanto riguarda in modo specifico il primo sorgere della fortificazione di Vignola, si possono avanzare solo delle ipotesi. La prima, quella della tradizione, la vuole fatta erigere nell'VIII sec. da S. Anselmo abate di Nonantola, a difesa dei territori che l'abbazia nonantolana già doveva possedere in loco. A sostegno di questa ipotesi due storici locali, il Plessi ed il Tosi, affermano, sebbene a noi non sia pervenuto alcun documento a sostegno di quanto affermano, che i vignolesi dovevano portare a Nonantola come simbolo di sottomissione, un cardellino ed uno spicchio d'aglio. Inoltre la tradizione ha sempre sostenuto che la croce, incisa nell'architrave dell'antichissima porta che permetteva l'accesso alla torre detta appunto di Nonantola, sia molto simile (asta verticale appuntita verso il basso) a quella che il papa Stefano II concesse all'abate di Nonantola. Questo pero è contraddetto da un recente studio di Lamberto Franchini, che sembra invece portare a conclusioni diverse, in quanto, secondo lo studioso, la croce che la tradizione collega a Nonantola sarebbe un generico simbolo della cristianità che si trova in diversi edifici a partire dal X secolo. Contro la tradizione popolare si muove una seconda recente ipotesi, che anticipa il periodo di costruzione della prima fortificazione, secondo cui, probabilmente, il primo nucleo della Rocca sarebbe stato costituito da un semplice quadrilatero in sasso, con grandi merli quadrati, sorto forse come caposaldo romano a difesa dalle invasioni ed in particolare da quella dei Longobardi, visto che fino al 728 lo Scoltenna segnò il confine tra Longobardia e Romania. Certo è comunque che la scelta del luogo di edificazione del fortilizio fu determinata da ragioni strategiche: controllare chi attraversava il fiume e chi scendeva lungo le sue rive dalla montagna. Anche riguardo alla struttura del fortilizio non è possibile fare chiarezza: si è sempre parlato di un quadrilatero in sasso sul quale si ergeva la torre nonantolana, ma recenti lavori hanno portato alla luce le fondamenta di un'imponente torre in sasso, edificata sul tufo, esterna al quadrilatero, probabilmente coeva o precedente a quella di Nonantola. Questa torre ora si presenta mozzata all'altezza di circa cinque metri, e si presume sia stata abbassata per poter dotare la Rocca delle sale a piano terra. È chiaro che alla mancanza di documenti certi si sopperisce con ipotesi, spesso non documentate né documentabili, perché di frequente la storia si mescola e si confonde con la tradizione, con la leggenda ed a volte anche con la favola. È certo tuttavia che la fortificazione vignolese deve da sempre aver ricoperto un ruolo centrale sia politico che giuridico, economico e strategico per gli abitanti dei territorio.



Mappario, topografia dei territori, n.175,
Savignano (part.)
Modena Archivio di Stato.
Disegno, XVI sec. ex - XVII sec. inc.


Anche la trasformazione e l'evoluzione da semplice struttura difensiva a residenza del "signore" a castello, deve aver corrisposto all'evoluzione delle necessità della comunità vignolese che diventavano sempre più complesse man mano che diventavano più complessi i rapporti sociali ed i bisogni individuali e collettivi. Se permangono dubbie le notizie relative alle origini della fortezza, si può comunque sostenere che nel X sec. Vignola era già un importante fortilizio alle dipendenze dei vescovi di Modena, che si inseriva nel complesso sistema di rocche e torri sorte o rafforzate a difesa dall'invasione degli Ungari, i quali, non sapendo costruire macchine d'assedio, non erano in grado di espugnarle. Nel corso del X sec. la Rocca ed i suoi abitanti subirono diverse traversie, trovandosi coinvolti nelle guerre per il Regno d'Italia. Durante la contesa per la corona tra Ugo di Provenza e Berengario Marchese d'Ivrea, nel 945, Ugo pose l'assedio a Vignola, che doveva essere già ben fortificata, poiché non riuscì ad espugnarla. Il fatto che Ugo, invece di tagliare la strada di Milano al suo
avversario, venisse ad assediare Vignola e che negli anni successivi vi soggiornassero personaggi illustri e potenti come re Lotario, figlio di Ugo (948) e la contessa Matilde di Canossa (1109) ci confermano l'importanza politico-militare di Vignola e che la strada pedemontana, oggi detta "dei castelli medievali", era preferita alla via Emilia. Le vicende storiche allentarono il dominio temporale del vescovo di Modena, il quale dovette accontentarsi di richiedere giuramenti di fedeltà e prestazioni annue, favorendo in un certo senso l'autonomia dei vignolesi nell'amministrazione della cosa pubblica. Questo processo fu accelerato dal Comune di Modena, che tentava di sostituire, ove fosse possibile, il proprio potere laico a quello vescovile, o comunque feudale, seguendo una dinamica simile a quella che interessò i maggiori comuni dell'Italia settentrionale. Un tentativo del vescovo di riprendere il controllo politico del territorio vignolese con la nomina di un podestà, nel 1227, trovò forti ostacoli nell'opposizione di alcuni membri delle più potenti famiglie locali, in particolare dei Grassoni. La successiva scomunica degli oppositori non ottenne risultati tangibili, per cui il vescovo preferì arrivare ad una transazione con il Comune di Modena, cedendogli il 3 dicembre 1227 tutti i diritti feudali sul borgo di Vignola, nonché sugli altri di pertinenza vescovile, per "due milia libras imperiales". La successiva accresciuta potenza del Comune di Modena scatenò in guerra la già latente tensione tra modenesi ghibellini e bolognesi guelfi: nel 1228 i bolognesi spedirono il condottiero Alberto Mangana contro Bazzano e Vignola, che cadde in mano dei nemici e vi rimase fino al 1229, anno in cui fu restituita a Modena.



Stemma dei Grassoni

 

Dieci anni più tardi i bolognesi, nel vano tentativo di riconquistare la fortificazione, si scontrarono presso la Rocca di Vignola: "...fuit rupta Bononia a Parmensibus et Mutinensibus apud castrum Vignole; et fuerunt de Bononia capti duo mille sexcenti et multi fuerunt necati in flumine Scultenne..." (I bolognesi furono duramente sconfitti dai parmensi e dai modenesi presso la fortificazione di Vignola e nella battaglia furono catturati 2600 soldati di Bologna e molti rimasero uccisi sul Panaro...)
A questa contesa tra bolognesi guelfi e modenesi ghibellini partecipò anche lo stesso figlio dell'imperatore Federico II; re Enzo, che guidò le truppe modenesi, e fu per suo ordine che la Rocca di Vignola fu data alle fiamme nel 1247. Secondo il Tiraboschi, infatti, Vignola era in mano ad una azione di fuoriusciti modenesi, di parte guelfa, probabilmente cacciati dalla città, insieme a Jacopino e Guglielmo Rangoni ed al vescovo Alberto Boschetti. Subito dopo la ritirata di re Enzo, la fortezza fu fatta ricostruire ed ampliare da Gherardo Grassoni, che vi prese stabile dimora. La supremazia di Gherardo e degli altri Grassoni in Vignola durò fino al 1336, quando Obizzo III e Nicolò d'Este si impadronirono di Modena e del suo territorio, quindi anche di Vignola, cui imposero la nomina di un podestà, non fidandosi dei Grassoni, che avevano dato prova di dubbia fedeltà. I Grassoni continuarono ad abitare a Vignola ed , i fatti dimostrarono che i sospetti degli Estensi erano giustificati, perché nel 1370 Bernardino ed Ubertino Grassoni tentarono di consegnare Vignola al condottiero Bernabò Visconti, ma scoperto il complotto, i due furono decapitati ed i loro beni confiscati. Nonostante questo episodio la famiglia Grassoni non rinunciò alle proprie mire su Vignola. Infatti essi nel 1396 si allearono con Giovanni da Barbiano, ed assediarono Vignola.
La difesa durò pochi giorni, poi, con la promessa di aver salva la vita, i 105 soldati che difendevano la Rocca si arresero, ma furono tutti uccisi. Per ben tre anni il conte Giovanni da Barbiano con i suoi mercenari terrorizzò Vignola e le zone circostanti, fin nel bolognese, compiendo rapine, saccheggi e distruzioni, finché le truppe alleate degli Estensi e dei bolognesi lo catturarono sulla riva sinistra del Panaro e dopo breve prigionia a Bologna, lo uccisero decapitandolo sulla piazza del Comune. Vignola ritornava così agli Estensi, ma il governo diretto di questa famiglia su questo territorio durò tuttavia poco, in quanto il 25 gennaio 1401 Nicolò III d'Este concesse in feudo al fedele amico Uguccione di Mainardo dei Contrari le terre e la Rocca di Vignola, che divennero contea. Trascorsero pochi anni ed il territorio vignolese si estese notevolmente: il 7 ottobre 1409 Nicolò, per ringraziare Uguccione dell'efficace aiuto militare ricevuto per domare le rivolte feudali nel Frignano, unì a Vignola le podesterie di Monfestino e Savignano con tutte le località dipendenti. Vignola, con il capitano, il podestà, il castellano, il fattore generale, diventava il centro del piccolo stato: per circa quattro secoli, fino all'abolizione dei feudi voluta da Napoleone, questa organizzazione del vignolese e delle terre circostanti resterà sostanzialmente immutata. La signoria dei Contrari su Vignola durò 174 anni, durante i quali Vignola visse un lungo periodo di pace, dopo le burrascose vicende che l'avevano vista per anni ed anni travolta dalle lotte tra il Comune di Modena e quello di Bologna, e la pace, specie se prolungata, dà sempre buoni frutti, a tutte le classi sociali. Uguccione Contrari però, per gli incarichi che ricopriva presso la corte estense, pur avendo dato alla sua contea un preciso ordinamento amministrativo e giuridico, non dimorò stabilmente in Vignola (se non dopo la morte di Nicolò nel 1441, morendo egli stesso nel 1448). Furono i suoi figli Nicolò ed Ambrogio, trasferitisi a Vignola con alcune famiglie ferraresi, tra cui i Galvani, i Fontana, gli Emiliani, i Moreni, a dare alla capitale del loro feudo una nuova struttura urbanistica e difensiva: furono costruite nuove mura perimetrali del castello e furono alzate nuove torri. Questo era diventato una necessità per il notevole aumento della popolazione; ma anche a causa del crescente uso delle armi da fuoco, era divenuto indispensabile modificare e rinnovare le opere difensive. La nuova cinta, dotata all'interno di un terrapieno a prova di bombarda, triplicava la superficie del castello di Vignola protetta anche da un largo fossato. Quattro torri, una per ogni lato, dominavano queste mura: ciascuna di esse era affidata, per la difesa ad una nobile famiglia: quella che guardava il Panaro fu affidata ai Fontana, quella a Sud ai Moreni, quella a Nord ai Galvani, quella ad Est agli Emiliani. Di questa cinta muraria resta oggi soltanto il settore Nord, con la torre dei Galvani, le mura adiacenti ed il relativo fossato. Nello stesso tempo i Contrari trasformarono profondamente la Rocca: furono innalzate nuove mura e nuove torri, il mattone si sostituì al sasso o si sovrappose ad esso ed il complesso acquistò un aspetto completamente diverso, meno cupo e più elegante, più adatto cioè ad essere la residenza di una nobile famiglia.



Stemma degli Estensi

 

Vignola si era così ingrandita, rafforzata ed abbellita, ma si era anche economicamente sviluppata: ne è un indice il mercato settimanale, che era diventato il più importante della zona; importanti erano anche le fiere, in quanto a Vignola non venivano commercializzati solo prodotti e manufatti della zona ma anche provenienti dalla montagna, dalla "bassa" modenese, dal ferrarese, dal mantovano, ed animali provenienti dal cremonese, dal bresciano e dal bergamasco. Poiché l'aumentato volume degli affari creava la necessità di danaro liquido, i Contrari concessero ad alcuni ebrei, dato che i cattolici per religione non potevano prestare ad usura, di venire ad abitare a Vignola, nell'attuale via Barozzi. I Vignolesi furono obbligati a difenderli ed in cambio avevano diritto al prestito con il 25% di interesse anziché il 30%. Nicolò, il primogenito, morì nel 1447 lasciando la contea al fratello Ambrogio, che morì nel 1493. Il successore fu Uguccione II, figlio di Ambrogio, che, coinvolto nella guerra tra il papa Giulio II ed Alfonso I d'Este, dovette abbandonare Vignola e morì a Pontelagoscuro il 10 maggio 1516. A questo scontro parteciparono famiglie vignolesi ed in particolare quella dei Tebaldi e quella dei Moreni: questi ultimi, fedeli degli Este, cacciarono da Vignola i Tebaldi, a difesa dei quali nel 1518 intervennero soldati inviati dal Papa, che distrussero la casa dei Moreni e provocarono gravi danni a tutto il paese. Nel 1525 Giovanni dalle Bande Nere occupò
Savignano e Vignola, che ancora nel 1531 fu assediata da truppe spagnole. Soltanto nella seconda metà del Cinquecento, Vignola con i fratelli Alfonso ed Ercole Contrari, ritrovava un periodo di pace e di prosperità: fu in questo periodo che Ercole fece costruire in Castelvecchio il palazzo, che la tradizione vuole progettato da Jacopo Barozzi. Alla morte di Alfonso, Ercole rimase unico erede ma governò il feudo, divenuto marchesato, per pochi anni in quanto improvvisamente il 2 agosto 1575 moriva a Ferrara. Ufficialmente si disse che la sua morte fu naturale, ma molti cronisti riferiscono che si trattò di una morte violenta legata al suo amore per Lucrezia, sorella del duca Alfonso II d'Este. Ercole Contrari moriva celibe e senza figli, per cui i beni feudali tornavano agli Estensi ed i beni privati passavano al conte Gerolamo Pepoli di Bologna, figlio di Laura Contrari sorella di Ercole. Gli Estensi governarono Vignola solo per un biennio, in quanto nel 1577 il feudo fu ceduto a Jacopo Boncompagni, figlio naturale del futuro Papa Gregorio XIII, in cambio di 75.000 scudi d'oro ferraresi. Jacopo, come del resto i suoi successori, non soprintese direttamente il feudo ma nominò un governatore; che nell'amministrazione della giustizia era affiancato da tre magistrati. Ad un fattore generale era affidata l'amministrazione dei beni, mentre il bargello aveva compiti di polizia. Esistevano inoltre due organi deliberanti: il Consiglio generale ed il Consiglio di governo. Jacopo Boncompagni, che fu signore di Vignola dal 1577 al 1612, ed il figlio Gregorio (1612-1628), almeno per certi aspetti si occuparono dello sviluppo anche economico del loro feudo vignolese. Ad esempio, permisero ai cittadini di portare merci al mercato settimanale senza pagare tasse; fecero costruire un nuovo mulino; concessero che fosse istituito un Monte di Pietà per liberare i Vignolesi dallo strozzinaggio imposto dagli ebrei. Gregorio, inoltre, mise ordine nella legislazione del marchesato con la pubblicazione degli "Statuti e leggi del marchesto di Vignola" che rimasero in vigore fino al 1771, anno in cui entrò in vigore il nuovo codice estense.



Stemma dei Contrari


Vignola nel periodo successivo subì varie vicissitudini che evidenziano, almeno per il Seicento, un atteggiamento di crescente disinteresse dei Boncompagni per il feudo. Alcuni fra gli avvenimenti più drammatici che si verificarono in questa epoca furono: la peste del 1630, l'occupazione del 1643 da parte delle milizie papali, l'invasione nel 1702 da parte dei gallo-ispani e quella del 1742 da parte degli austro-sardi, l'epidemia del 1775 di "febbri putride".
Nel 1777 succedeva, al padre Gaetano, Antonio Boncompagni, l'ultimo feudatario di Vignola, in quanto il 13 ottobre 1796, per ordine di Napoleone, decadevano i Boncompagni e subentrava un comitato repubblicano.
Quando la repubblica Cispadana fu incorporata nella Cisalpina, Vignola divenne capoluogo di cantone e nel 1805 fu elevata a Comune. Il dominio franco--napoleonico finì nel 1814, e nel 1815 Vignola, non tornata marchesato, ma incorporata nei domini del duca di Modena, Francesco IV d'Austria-Este, divenne Comune di III classe affidato ad un podestà.
Fra i podestà sono da ricordare Giovanbattista Bellucci, Francesco Santi ed Alessandro Plessi: tutti però abbandonarono la carica, in quanto non condividevano la politica del governo ducale di Modena. Francesco V lasciò definitivamente Modena l'l1 giugno 1859 e, appena a Vignola si diffuse la notizia, i cittadini innalzarono sulla torre dell'orologio la bandiera tricolore, organizzarono la Guardia Nazionale e distrussero ogni simbolo ducale. A chiarire lo spirito nazionalistico è sufficiente citare i risultati del plebiscito del marzo 1860: di 1019 Vignolesi chiamati a votare per l'annessione alla monarchia costituzionale, o per la costruzione di un Regno autonomo dell'Emilia, i votanti furono 902, di cui 900 si espressero per l'annessione al Regno di Sardegna e 2 furono le schede nulle.
Inoltre molti Vignolesi parteciparono alle guerre di indipendenza.

Naturalmente avvenuta l'unità nazionale la storia di Vignola andò ad integrarsi nella storia nazionale. La Rocca seguì almeno in parte le vicende di Vignola: così dopo l'aggrovigliato periodo franco-napoleonico, nel 1814 ritornò ai Boncompagni, ma in quanto non abitata dai proprietari, fu sede del Comune, della Biblioteca comunale, e nel 1874 anche della Cassa di Risparmio di Vignola, che giunse poi ad acquistarla nel 1965, per cederla nel 1998 alla Fondazione Cassa di Risparmio di Vignola.



Stemma dei Boncompagni-Ludovisi


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